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Aborto spontaneo: sintomi, cause e possibili rischi

Sono tante anche le donne che perdono il bambino in questo modo, prima di essersi resa conto di essere incinta. Ma qual è la causa principale dell'aborto spontaneo?

La causa più comune è lo sviluppo anormale del feto. Le anomalie a cromosomi e geni sono nella maggior parte dei casi causali e non sono collegate a possibili problemi ereditari. Le anomalie più comuni sono ad esempio l’uovo cieco – chiaro, in poche parole una gravidanza anembrionica. L’ovulo fecondato s’impianta ma il feto non si sviluppa e non cresce. Altre volte l’embrione è presente ma ad un certo punto si interrompe lo sviluppo. Si parla di morte fetale intrauterina, i sintomi si presentano dopo che la morte del feto è già avvenuta.

Un’altra causa che si verifica raramente e per un errore genetico è la gravidanza molare, le cellule trofoblastiche, quelle della placenta, sviluppano delle masse di cellule anomale. Sono loro a provocare l’interruzione di gravidanza spontanea.

In altri casi l’aborto può essere causato da uno stato di salute della madre non ottimale. Possono influire ad esempio le malattie della tiroide, un diabete non controllato, delle infezioni in corso, problemi all’utero o problemi ormonali.

Per quanto riguarda i fattori di rischio si annoverano precedenti aborti spontanei consecutivi. Ma anche l’età. Le statistiche dicono che una donna con età superiore ai 35 anni corre un rischio maggiore, circa del 20%. A quarant’anni arriva al 40% mentre a 45 è dell’80% circa. Sembra che non sia solo l’età della madre a svolgere un ruolo. Alcuni studi dicono che anche l’uomo può influire. Ci sono sono poi i test prenatali invasivi come l’amniocentesi e l’assunzione di fumo alcol e droghe. Infine c’è la questione del peso.

Non mancano i luoghi comuni, come quello che l’aborto spontaneo può essere causato dal rapporto sessuale, dall’esercizio fisico (chiaramente deve essere moderato) e il lavoro. Quest’ultimo caso merita un appunto. Chi per questioni professionali si espone a sostanze nocive o radiazioni aumenta la percentuale di rischio di veder interrompere la gravidanza in modo spontaneo.

Sintomi

Quali sono i sintomi dell’aborto spontaneo? Si tratta di indicazioni del tutto variabili. Vi ricordiamo che se avvertite qualche cambiamento che non vi convince, dovete subito parlare con il medico o il ginecologo. Di solito comunque gli aborti spontanei si verificano entro la 12° settimana.

I segnali di un aborto spontaneo di solito sono crampi addominali, mal di schiena e dolori locali. Alcune volte possono esserci delle perdite liquide o di tessuto, dal colore bianco-rosa. Anche le perdite di sangue abbondanti, sia rosso vivo che marroni, devono essere subito sottoposte al parere del medico. Fondamentali anche le contrazioni dolorose.

Diagnosi

Per diagnosticare un aborto spontaneo il medico può eseguire diversi test. Uno è la visita ginecologica, da q
ui può vedere qual è il grado di dilatazione del collo dell’utero. Può ricorrere altrimenti a un’ecografia, necessaria per verificare il battito fetale e vedere se l’embrione sta seguendo uno sviluppo corretto.

Gli esami del sangue vanno fatti dopo l’aborto spontaneo per vedere qual è la misura dell’ormone della gravidanza e vedere se vi sono ancora tessuti della placenta.

Dopo questi test il medico può diagnosticare una minaccia di aborto spontaneo ma senza comunque la perdita del bambino. Altre volte l’avorto spontaneo incompleto, inevitabile, interno (tessuti nell’utero ma embrione senza attività cardiaca), completo o settico. L’ultimo è causato dall’infezione nell’utero. E’ di solito collegato alle pratiche abortive clandestine effettuate dal personale non sanitario.

Come trattare l’aborto spontaneo

Qualora vi sia stata solo una minaccia di aborto, il medico di solito consiglia il riposo fino alla scomparsa dei sintomi. Altre volte può consigliare di astenersi dall’attività fisica e dal sesso. Non è detto che impediscano l’aborto spontaneo ma possono ridurlo, migliorando così la situazione. E’ importante mantenere elevate le pratiche d’igiene.

Diverso invece il caso dell’aborto spontaneo vero e proprio. Grazie all’ecografia viene determinato lo stato dell’ombrione e dopo il medico decide tra alcune pissibili soluzioni.

Alcune volte è necessario solo aspettare. Va bene quando non ci sono infezioni in corso ed è quindi possibile aspettare che l’espulsione avvenga in modo naturale. Il tutto si verifica di solito normalmente entro due settimane da quando l’embrione è morto. Altre volte si deve attendere per quattro settimane. Quando l’espulsione non avviene in automatico, si deve ricorrere al trattamento chirurgico e farmacologico.

Il trattamento farmacologico può essere eseguito anche sulla donna che decide di accelerare l’espulsione del materiale abortivo. Il medico deve somministrare quindi un farmaco che attivi il processo. Di solito i risultati si vedono entro 24 ore.

C’è infine il trattamento chirurgico, cioè il raschiamento. E’ un intervento piccolo, durante il quale dilata la cervice per rimuovere il tessuto. Difficilmente ci dono danni ma, essi potrebbero interessare la parete uterina o il tessuto connettivo della cervice. E’ necessario quando si verifica l’aborto spontaneo accompagnato da infezione o emorragie.

E’ possibile rimanere incinte dopo un aborto spontaneo?

Dopo l’aborto spontaneo il recupero fisico avviene entro due giorni circa, ovviamente salvo complicazioni. Le mestruazioni invece, tornano entro 6 settimane. Per almeno due settimane è sconsigliato il rapporto sessuale e sono invece raccomandati i ramponi vaginali.

Non ci sono invece controindicazioni sul fronte delle gravidanze future. E’ già possibile restare incinte dopo il ciclo di 28 giorni successivo. Una cosa però che molte donne si dimenticano è di valutare anche il proprio stato emotivo. Chiaramente è bene prima di tentare nuovamente, parlare con il proprio medico in modo che possa offrire consigli mirati invece alla condizione di salute della paziente.

La maggior parte delle donne riesce a portare a termine tranquillamente la gravidanza successiva. Solo il 5% delle donne ha due aborti spontanei consecutivi e solo l’1% arriva a tre. In questo caso è bene capire quali sono le cause, se ad esempio ci sono anomalie uterine o cromosomiche. Tuttavia anche questa piccola minoranza, se prova nuovamente, può portare avanti una gravidanza con successo nel 70% dei casi.

Minaccia di aborto, il rischio è alto

La causa più comune è lo sviluppo anormale del feto
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La minaccia di aborto si caratterizza per essere una condizione clinica che può insorgere con notevole frequenza, che comporta delle perdite di sangue dall’apparato genitale e dei notevoli dolori nel corso dei primi sei mesi di gravidanza. L’insorgenza di una minaccia d’aborto sta semplicemente a significare che vi è un rischio potenziale e anche a breve termine che la gravidanza si possa interrompere spontaneamente. Si tratta di una condizione che può insorgere con notevole frequenza e che va a colpire qualcosa come il 14-21% delle donne in gravidanza. In realtà, nel caso di perdite ematiche durante la gravidanza non bisogna pensare subito che si possa trattare di aborto spontaneo, dal momento che sono davvero numerose le cause che possono provocare tale disturbo, così come i relativi dolori. Una visita con un ginecologo permetterà di fare luce sulla situazione nel migliore dei modi.

Quanto può durare la minaccia di aborto

Nel momento in cui tale condizione clinica insorge nel corso dei primi tre mesi di gravidanza, il ginecologo è solito consigliare un trattamento ormonale a base di progesterone, che permette di abbassare notevolmente la contrattilità dell’utero e favorisce la crescita dell’embrione. Nel caso in cui il pericolo di aborto spontaneo si sviluppa successivamente rispetto al primo trimestre e, di solito, entro la venticinquesima settimana più cinque giorni, allora vengono adottate delle terapie a base di medicinale tocolitici. Si tratta di farmaci che somigliano a quelli che vengono somministrati nel caso in cui la madre debba affrontare una minaccia di parto pretermine. In tutti e due i casi, comunque, la futura madre deve cercare di riposarsi il più possibile e di non fare alcun tipo di sforzo. In altri casi tale minaccia può derivare anche da un’incontinenza cervico-segmentaria, che è in grado di provocare notevoli problematiche al collo dell’utero nell’operazione di trattenere l’embrione. Una volta terminati i primi tre mesi di gravidanza, il ginecologo potrebbe anche intervenire, eseguendo un cerchiaggio cervicale.

Le perdite marroni uno dei sintomi della minaccia di aborto

Tra i principali sintomi della minaccia d’aborto troviamo indubbiamente le perdite ematiche dai genitali interni e i dolori a livello addominale. Il sanguinamento deriva dalla parte interna dell’utero. Inizialmente il sangue ha una colorazione rosso vivo, mentre con il passare del tempo ha la tendenza ad assumere una colorazione rosso scura. Tale perdita di sangue viene causa, nella maggior parte dei casi, da distacchi di tessuto coriale (ovvero quel particolare tessuto che va a formare quelle specie di sacchettini in cui si trova il feto), dalla mucosa che protegge internamente l’utero nel corso della gravidanza. Nel caso in cui la perdita di sangue sia particolarmente importante oppure presenti spesso una colorazione rosso vivo, allora il rischio di aborto diventa sempre più elevato.

Le terapie a base di progesterone

In base ovviamente alle singole condizioni del paziente e a quanto può essere grave la minaccia d’aborto, il medico potrà chiaramente suggerire diversi approcci terapeutici. In casi del genere capita piuttosto di frequente che venga prescritto il progesterone. Si tratta di un medicinale che è in grado di favorire lo sviluppo della gravidanza, svolgendo un’azione rilassante sulla muscolatura dell’utero e facendo in modo che l’impianto avvenga correttamente. Possono essere prescritti anche dei farmaci antispastici oppure decontratturanti, con l’obiettivo di andare a fermare le varie contrazioni dell’utero. Il dosaggio e soprattutto quanto deve durare tale trattamento sono dettagli che devono essere decisi dal medico, sempre in relazione alle caratteristiche e alle condizioni di salute della singola paziente. Spesso, quindi, viene suggerita una terapia farmacologica che possa andare a diminuire la contrattilità della muscolatura dell’utero: in questi casi si utilizzano spesso oppiacei oppure spasmolitici. Si consiglia in questi casi anche l’impiego di vitamine, in modo particolare al C, K e la E. Non dobbiamo dimenticare come tali trattamenti possono anche prevedere l’impiego di preparati che svolgono un’attività che ricorda molto quella del progesterone, andando a diminuire l’eccitabilità della muscolatura che si trova all’interno dell’utero.

Bisogna stare a riposo assoluto?

Il trattamento di questa particolare condizione, fino a qualche anno fa, prevedeva spesso come primo rimedio da seguire il fatto di stare per diverso tempo a letto e a massimo riposo. Al tempo stesso, stare tanto a letto senza fare troppi sforzi non è sufficiente, visto che spesso devono essere seguite delle ben precise terapie farmacologiche. Il riposo assoluto e ovviamente l’astenersi dall’avere qualsiasi rapporto sessuale non sono confermati con estrema certezza come comportamenti che possano diminuire in maniera sensibile il rischio connesso all’aborto. Anzi, nel corso degli ultimi tempi le indicazioni stanno andando addirittura nella via opposta, visto che sembra non vada bene nemmeno stare completamente a riposo e sempre a letto. Infatti, pare che una semplice camminata si possa fare (anche se per pochissimo tempo e per distanze brevissime), così come muoversi in casa, mentre è chiaramente vietata tutta quella serie di comportamenti che comportano notevoli sforzi. Ci stiamo riferendo essenzialmente al sollevamento di pesi, attività sportive faticose e compiti domestici particolarmente impegnativi.

Il distacco della placenta

Nella maggior parte dei casi la placenta si stacca dalle pareti nell’utero in seguito al parto, durante la fase di secondamento. In realtà, in qualche caso, può capitare che tale evento accada nel corso del travaglio oppure poco prima della gestazione. Si tratta di una situazione che capita piuttosto raramente, ma può rappresentare un importante pericoloso sia per il bambino che per la madre. In tantissime occasioni prima del sanguinamento si sviluppano dei dolori addominali piuttosto intensi. Ci sono diverse cause che sono correlate, tra cui la pressione del sangue molto alta, traumi e lesioni a livello dell’addome, ma anche il fumo e l’impiego di droghe. Di solito le perdite hanno una colorazione scuro o rosso molto intensa, anche se può variare in relazione, tante volte, alle dimensioni della zona di distacco. Proprio quest’ultima caratteristica è lo snodo focale della prognosi. Quando i distacchi sono piccoli, allora la cicatrizzazione potrebbe essere rapida e permetterebbe di proseguire la gravidanza. In altri casi, invece, i distacchi di placenta possono essere molto più importanti e portano inevitabilmente a delle operazioni chirurgiche urgentissime per salvare la vita alla madre. In questi casi, anche il feto rischia moltissimo.

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